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Del sangue e del vino, intervista all’autore, professore Ettore Castagna

Del sangue e del vino, intervista all’autore, professore Ettore Castagna

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Ettore Castagna è un antropologo, insegnante presso la UniBG, scrittore, autore e musicista di musica etnica. Ha all’attivo diverse pubblicazioni di saggistica e dischi. A Novembre 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Del sangue e del vino”, un “affresco surreale” della cultura del mondo contadino sull’Aspromonte greco a cavallo tra il ‘600 ed il ‘700, periodo storico segnato da una forte migrazione di popoli verso il sud Italia e la Calabria greca in particolare. Grazie agli innumerevoli documenti consultati in anni di studio, la storia attinge alla realtà, ma il reale viene magistralmente accostato al fantastico, la verità alle leggende e alla magia. Il ritmo è incalzante, la lettura piacevole, grazie anche ad una scrittura ottenuta con un sapiente dosaggio di italiano colto, dialetto grecanico e greco. I protagonisti sono tre generazioni di greci, Dimitri e Agati scappati da Creta, messa a “ferroefocu” dai turchi, e giunti a Selenu, nome di fantasia ma riconducibile all’attuale borgo evacuato di Roghudi, dopo un viaggio nella stiva di un barcone di pirati veneziani pagato con tutti i soldi che possedevano. La loro figlia Caterina, nata nella casa di Selenu costruita da Dimitri pietra su pietra, ed il di lei figlio Nino, nato dall’incontro casuale con un giovane mercante veneziano. I temi del romanzo sono il sangue, nella sua ambivalenza di simbolo di morte ma anche di rinascita e vita, ed  il vino che assume particolare importanza nel finale con la sua funzione di pacificazione del cuore di Caterina. Ruoli importanti, però, giocano anche i temi del sacro, della magia e della vendetta. Saverio Fontana ha incontrato l’autore Ettore Castagna per i lettori di artiecultura.it.

Professore, “Del sangue e del vino” nasce dal suo desiderio di conoscere un mondo pastorale e contadino che oggi non esiste più. Per quale motivo sceglie come filo conduttore della narrazione il sangue?

Il sangue è un elemento simbolico molto forte, specie in un mondo di contadini e di pastori ai margini dell’Europa alla fine del ‘600. Comunità nelle quali, ancor più di oggi, avevano grande valore una serie di elementi molto forti, come ad esempio il senso dell’onore, il senso della dignità individuale, i gruppi di famiglie e nel senso di appartenenza alla famiglia l’elemento del sangue era fondamentale. Ha il significato, inoltre, di salute, infatti un brindisi greco della Calabria in italiano dice “vi auguro che questo vino vi possa fare sangue e latte nello stomaco”.  Esso è  un simbolo ancestrale in tutte le culture del mediterraneo. Ha un grande valore anche come valore cromatico, basta pensare in questo periodo a tutti i cromatismi legati alla Settimana Santa, e il vino è il suo contraltare, il sangue della terra.

Il senso del sacro della comunità cristiana di Selenu gioca un ruolo importante nella narrazione.  Dimitri, però, si faceva il segno della croce alla “sversa”. Quali le differenze con la concezione del sacro delle comunità cristiane non di origine greca?

La religione storica della Calabria meridionale è la cristianità orientale, cioè il culto di rito greco. Dal periodo dei normanni in poi, sostanzialmente da dopo il Mille in poi, abbiamo una progressiva romanizzazione del culto, oltre che della lingua. Le ultime comunità a cedere sono state quelle dell’Aspromonte cinque secoli fa. C’è stata prima la capitolazione del rito greco nella locride e poi nella bovesia e nell’area grecanica. Questa cosa ha lasciato uno strascico molto lungo, infatti, l’antropologo Cesare Lombroso alla fine del XIX secolo, facendo un giro in Calabria, notò che a Bova gli anziani si facevano ancora la croce “alla rovescia” rispetto ai cattolici. Nel periodo storico del romanzo, alla fine del ‘600, questo problema era ancora molto sentito in quell’area ed anche la comunità in cui vivono i protagonisti ha vissuto la latinizzazione forzata e Dimitri, che è un profugo greco, si diverte a sfidare il prete cattolico facendosi il segno della croce “alla sversa”. A me è piaciuto  immaginare il grande peso della storia in questi termini, con un po’ di ironia.

Senso del sacro ma anche tanto magismo. Caterina, infatti, diventa una “magara”. Qual era la funzione delle magare nella società rurale di quel periodo?

Immaginiamoci un Italia rurale, contadina, senza strade, senza corrente, fatta di piccoli borghi collegati soltanto con dei sentieri alla città più vicina che distava giorni di viaggio, dove non c’era un medico, un amministratore della giustizia per conto dello stato. In quelle condizioni ci si rivolgeva alla magara del paese che era quella che conosceva i rimedi naturali, che conosceva i riti magici per risolvere ogni tipo di problema, che poteva essere anche ritenuta una strega, ma che era quella che conosceva approfonditamente i saperi, infatti la Zi Mela, la magara di Selenu, era la massima esperta del telaio. Tutto ciò ha lasciato segni significativi fino a poco tempo fa, infatti io ricordo che quando ero bambino, se non stavo tanto bene, mia nonna mi chiamava e mi diceva “vieni qui che ti caccio il malocchio”.

Questa è anche una storia di vendette. Quale importanza aveva la vendetta nell’universo contadino del sud Italia del ‘700?

La stessa importanza che ha ancora oggi. Ricordiamoci che in Calabria l’istituto della vendetta è un istituto ancora vivo. In tutto il Mediterraneo il sangue violato, il sangue offeso va vendicato. In Barbagia, Sardegna, il primo articolo del Codice barbaricino dice “Su sambene no est abba”, cioè “Il sangue non è acqua”. Ciò è alla base del fenomeno che in Calabria chiamiamo faida. Nel Mediterraneo ha una storia antichissima e si basa sul concetto dell’offesa al sangue, “ tu hai offeso il sangue della mia famiglia, né io e né i miei morti potremo avere pace finchè questo sangue non sarà vendicato. Il cristianesimo ha cercato invano di spezzare questo istituto contrapponendo l’idea del perdono cristiano.

Non mancava il piacere per la festa. Suono, canto, ballo, tanto vino e spesso si finiva col concepire un figlio, come accadde a Dimitri e Agati  e pure a Caterina. Lei oggi cerca di portare avanti quella tradizione musicale e culturale, ma come se ne è innamorato, considerato che è nativo di Catanzaro e non di quell’area?

La passione per il retaggio greco della Calabria nasce ai tempi del Liceo Classico quando i miei insegnanti mi hanno inoculato il virus. In particolare grazie alla buonanima della professoressa di Greco Velia Critelli, una bizantinista di un certo rilievo, che poi mi fece conoscere il professore Minuto, un meraviglioso personaggio  di Reggio Calabria, scaturì in me un interesse incontenibile verso questo tipo di realtà culturale.

In quel periodo per percorrere due anse ci voleva mezza giornata, oggi con un semplice clic ogni singola contrada è connessa in tempo reale con il resto del mondo. Come è cambiata la vita nella Calabria greca?

Oggi anche la Calabria vive una condizione post moderna, nella quale convivono istituzioni culturali molto antiche e cose sconvolgentemente moderne. Potremmo usare una metafora inquietante, la ‘ndrangheta, in cui convivono istituti culturali antichissimi, come il senso dell’onore e della vendetta classici della società contadina, e contemporaneamente gestisce con grandissima modernità aziendale un giro d’affari che la pone in un quadro di assoluta dominanza mondiale. Tra le caratteristiche culturali di origina antica che la Calabria oggi ancora mantiene vi è la capacità di accoglienza, nonostante quest’esodo biblico di uomini che arrivano da posti sventuratissimi e pieni di guai.

Dimitri non sapeva né  leggere e né scrivere perché si chiedeva “Leggere e scrivere fa latte?” Oggi, invece, la cultura fa mangiare?

L’Italia è un paese stranissimo, estremamente contraddittorio, che non fa la politica che dovrebbe fare per la valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale che possiede. Di ciò se ne meravigliano all’estero, qui, invece, nemmeno proviamo a meravigliarcene.

Un’ultima domanda, qual è l’obiettivo che si è posto nello scrivere questo romanzo storico?

Io volevo fare un’epica della Calabria, con tutti i dovuti paragoni con un colosso come Garcia Márquez, volevo fare “Cent’anni di solitudine” calabrese. L’epica di una Calabria che ho conosciuto, uscendo dagli schemi banal-narrativi e con un linguaggio inventato apposta per questo romanzo.

Saverio Fontana

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Saverio Fontana Saverio Fontana, nato a Catanzaro, diplomato in informatica presso l'Istituto Tecnico Industriale, collabora con la testata giornalistica on line lesuberante.it. Ama intervistare direttamente i protagonisti degli eventi e deve questo amore ad Oriana Fallaci di cui ha letto molte delle sue interviste dallo stile unico e inconfondibile.

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