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La figlia femmina, intervista all’autrice Anna Giurickovic Dato (Recensione)

La figlia femmina, intervista all’autrice Anna Giurickovic Dato (Recensione)

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Anna Giurickovic Dato, ventottenne catanese, laureata in Giurisprudenza, vive a Roma. A gennaio 2017 ha pubblicato “La figlia femmina”, Fazi editore, il suo primo romanzo che, in pochi mesi, è già diventato un caso letterario.

Rabat, settembre, il clima è fresco e ventilato. I bambini corrono festanti tra ricchi turisti e povera gente che fanno ressa davanti ai bazar nell’intreccio di strade intorno alla moschea.  Tra i vasi pieni di spezie gli odori sono così forti da stordire. Maria ha cinque anni e cammina mano nella mano con la sua mamma Silvia ed il suo papà Giorgio. Non sa ancora che da li a qualche ora dovrà condividere con lui un segreto inconfessabile.  Saranno molti i messaggi che cercherà di mandare alla sua mamma, ma Silvia, che ama troppo Giorgio, non riesce a decifrarli, neppure quando a scuola le maestre le chiedono esplicitamente se in casa con loro vive qualcuno che possa avere per Maria delle attenzioni sbagliate. E’ troppo convinta che la sua sia una famiglia perfetta.
Dopo la tragica morte di Giorgio, Silvia ed Anna ritornano a  vivere a Roma. Maria è ormai una tredicenne che non è riuscita a sviluppare in modo corretto una propria identità, è una ragazza problematica. L’occasione per esprimere la sua vera personalità arriva nel momento in cui Silvia invita a cena il suo nuovo compagno Antonio per farglielo conoscere. Maria lo provocherà per tutta la sera con abili giochi di seduzione fino a quando, avendolo ormai in pugno, lo allontanerà con grande freddezza. Maria è diventata  una nuova Aicha Kandicha, la leggendaria e bellissima femmina seduttrice con i piedi di cammello  che tutti gli uomini marocchini temono, perché, come le ha spiegato il suo papà in una di quelle tante sere in cui le raccontava una storia, “è una donna cattiva, si vendica perché ha sofferto”. La sua è una vendetta contro gli uomini, ma è soprattutto una vendetta verso la mamma che non è stata capace di salvarla.

Se in pochi mesi questo romanzo è già un evento letterario, se sarà presto pubblicato anche in Francia, Spagna e Germania, non è un caso. Ci troviamo di fronte ad una grande scrittura, perché  soltanto chi possiede una grande scrittura può, in un’età così giovane, al primo romanzo pubblicato, descrivere in modo molto efficace il segreto inconfessabile tra Giorgio e sua figlia Maria, con una delicatezza unica. La conferma che quella della Giurickovic sia una grande scrittura la troviamo nelle descrizioni della bellezza di Maria adolescente ed in quelle delle provocazioni con cui Maria seduce Antonio, in cui il lettore viene rapito da una vera e propria poesia.

Ne “La figlia femmina” l’autrice rivolge uno sguardo profondo nel rapporto tra genitori e figli, cogliendo, con grande abilità, l’incapacità che, a volte, gli adulti hanno nel comprendere e, di conseguenza, di difendere i propri figli. Costringe il lettore a riflettere su un argomento che si tende troppo spesso ad evitare. Ci lascia un grande insegnamento, se una vittima non viene adeguatamente aiutata può trasformarsi a sua volta in carnefice.

Saverio Fontana ha incontrato l’autrice Anna Giurickovic Dato per i lettori di artiecultura.it nella libreria Ubik di Catanzaro al termine della presentazione del libro.

Anna, come arriva una ragazza giovanissima come lei ad esordire nel panorama letterario con un romanzo che racconta una storia così dura e dolorosa ?

Per l’aspetto duro e doloroso ci arrivo per alcuni miei interessi sia di studio, come la criminologia, che di passione, come la psicoanalisi. Perché ci arrivo così giovane è a seguito di un dolore che mi ha portato alla depressione. Ho reagito con grande rabbia che è diventata un’energia positiva. Mi sono detta “io questo libro lo devo pubblicare assolutamente”. Sono andata al Salone del libro di Torino dall’editrice Alice Di Stefano, la moglie di Fazi, e le ho detto “leggi il mio libro”. Fortunatamente le è piaciuto molto e lo ha pubblicato.

Per quanto la scrittura sia molto bella da leggere, la storia inquieta un po’ il lettore. Che tipo di riflessione si è proposta di provocare attraverso questo fastidio?

Il fastidio è voluto ed è quello che probabilmente ha dato successo al libro. Si è parlato, infatti, di una storia disturbante e questo ha attirato molto i lettori. Evidentemente i lettori non vogliono soltanto letteratura all’acqua di rose.  Il fine è aprire la possibilità di ombra sull’istituzione principale della nostra società, la famiglia.  Dare consapevolezza del fatto che i maggiori traumi e la maggiori tragedie avvengono in famiglia.

“E poi magari mettere in mezzo i servizi sociali. Ti rovinano la vita quelli”.(Silvia). Quanto è difficile, quando la violenza avviene in famiglia, decidere di farsi aiutare dall’esterno?

Il problema è che spesso in famiglia c’è un rapporto affettivo così forte che la vittima non ha alcuna intenzione di denunciare il carnefice,  non soltanto per paura ma soprattutto per non provocare la dissoluzione della famiglia, perché la famiglia formale è ancora più importante della famiglia sostanziale. I servizi sociali hanno un ruolo molto importante in queste dinamiche e vengono di solito azionati anche dalle scuole, non necessariamente dalla stessa famiglia in condizione di disagio famigliare. Ci può essere, però, anche il problema opposto. A volte i servizi sociali individuano all’interno di famiglie povere abusi e violenze che non ci sono. Di questo parla Simonetta Agnello  Horby, che mi ha fatto lo strillo in copertina, in un suo libro che si chiama “Vento scomposto”, dove racconta di un padre che viene messo in mezzo come se avesse abusato della figlia e in realtà no. C’è la necessita di informarsi bene ed intervenire da più fronti in maniera verosimile e senza rovinare la vita a nessuno.

“Maria penserebbe che se lo fa papà è giusto”. Perché, molto spesso, i  bambini abusati scambiano l’abuso per amore?

Perché il bambino abusato di solito vive in un contesto famigliare di assenza dei componenti, in cui l’unico presente è l’abusante. E’ quindi l’unico da cui si sentono amati, ci arrivano dopo un po’ a capire che è un’attenzione sbagliata e nonostante questo non smettono di volergli bene.

“Il dolore ti insegna che sei viva, bisogna valorizzare il solco che lascia”. Come evitare che un dolore ci indebolisca e far si che ci renda più forti?

E’ facile. Un lutto ha delle fasi psicoanalitiche, l’incredulità, la depressione, la rabbia, l’accettazione, ecc. Il momento che bisogna cavalcare è la rabbia, perché è una fonte di energia enorme e deve essere utilizzata per migliorare la propria vita. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho utilizzato la rabbia del dolore per avere delle conquiste, ultime delle quali la vittoria della Borsa di studio del  Dottorato e la firma del contratto con la mia casa editrice.

La vita, gli usi e i costumi di Rabat sono descritti con minuziosità. E’ una conoscenza personale o ha studiato tanto?

Ho studiato tanto perché in Marocco non ci sono mai stata. Non sono la prima, lo scrittore spesso scrive di luoghi che non conosce, perché vive spesso nell’immaginazione, altrimenti si sente spento. Avevo necessità di un luogo molto caldo, molto colorato, molto speziato, com’è il Marocco con i suoi mercati, i suoi riti. Nel libro si parla molto della festa dell’ Eid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan, perche mi serviva per contrapporla ad una situazione famigliare molto morbosa e molto difficile.

Saverio Fontana

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Saverio Fontana Saverio Fontana, nato a Catanzaro, diplomato in informatica presso l'Istituto Tecnico Industriale, collabora con la testata giornalistica on line lesuberante.it. Ama intervistare direttamente i protagonisti degli eventi e deve questo amore ad Oriana Fallaci di cui ha letto molte delle sue interviste dallo stile unico e inconfondibile.

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