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La porta socchiusa, intervista ad Antonio Ludovico

La porta socchiusa, intervista ad Antonio Ludovico

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“Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle”. L’avvocato penalista Antonio Ludovico sceglie questa frase di Emil Cioran, per l’epigrafe della sua quarta pubblicazione, “La porta socchiusa”.

Il giudice Gianmario De Santis, protagonista di questo romanzo, ci riesce molto bene a frugare nelle ferite del lettore, nelle ferite della nostra società drasticamente divisa tra chi crede che una vita fatta di atroci sofferenze non sia degna di essere vissuta e chi, invece, crede che la vita sia un dono prezioso e merita sempre di essere vissuta fino in fondo, anche quando è affetta da grave malattia. Tra chi crede che mettere fine ad una grande sofferenza sia un atto d’amore e chi crede che il vero atto d’amore sia quello di stare vicino alle persone che soffrono ed aiutarle ad affrontare il dolore e l’agonia nel migliore dei modi.

A chi ancora una ferita non ce l’ha, Antonio Ludovico riesce a provocarla, perché il lettore viene coinvolto nella storia e, ad un certo punto, non può fare a meno di domandarsi cosa farebbe lui, cosa è giusto e cosa non lo è e se ciò che è giusto per lui è anche giusto per il paziente.

Una famiglia perfetta quella del Magistrato fino a che al secondo figlio non viene riscontrata una malattia crudele che non lascia scampo, la distrofia muscolare. Inizia, così, il percorso interiore di Gianmario in cui lotterà ferocemente per allontanare un pensiero mostruoso che prende il sopravvento fino a condurlo ad affermare:” la cosa fondamentale è la legittimazione interiore di ogni gesto, anche il più estremo”.

Saverio Fontana ha incontrato l’avvocato Ludovico per i lettori di artiecultura.it.

Avvocato quando nasce in lei l’esigenza di scrivere una storia che esamini il dolore impotente di quei genitori che si trovano davanti alla consapevolezza di dover sopravvivere alla propria creatura?

Questo è il mio quarto libro pubblicato, ma in realtà è il mio primo libro perché la prima stesura de “La porta socchiusa” la feci circa dieci-dodici anni fa. Rimase in un cassetto, però, perché era un libro che ritenevo dai contenuti abbastanza forti, fino a questa estate quando, avendo avuto un po’ di tempo a disposizione, l’ho ripreso dal cassetto, ho corretto tante parti che non andavano ed ho pensato di farlo uscire. Era quasi come se il libro mi chiamasse. L’esigenza nasce dal fatto che io credo che nei libri si debba parlare di cose vere che poi molto spesso collimano con il dolore. Ho voluto descrivere il dolore di un padre per la malattia del figlio perché la vita è anche questo.

“Il lettore viene illuminato dall’unica luce che rischiara il buio dell’anima: l’amore”, scrive Daniela Rabia nella prefazione. Ma qual è secondo lei il vero atto d’amore, mettere fine artificialmente alla sofferenza o stare vicino alle persone sofferenti aiutandole ad affrontare il dolore e l’agonia nel modo migliore possibile?

Nello scrivere questo romanzo mi ero anche posto il proposito di dedicare un capitolo a parte all’eutanasia, tema attualissimo e molto dibattuto, soprattutto qui in Italia. L’amore si può dispiegare in tanti modi. In questo caso l’amore del padre per il figlio rasenta quasi la follia. Protagonista di questo mio romanzo è proprio la lotta che il padre fa con se stesso, perché non riesce ad accettare che una famiglia assolutamente normale possa avere un problema insormontabile. E’ lì che ho fatto il lavoro di scavo maggiore cercando di mettere su carta ciò che un padre può pensare senza, magari, mai dirlo.

Anche le famiglie perfette, come quella del giudice De Santis, di fronte ad un dramma improvviso rischiano di sgretolarsi. Come fare perché ciò non avvenga?

Molti confidano nella religione, non è il caso di De Santis. Egli cerca di trovare rimedi che possano mettere la parola fine alla sofferenza, purtroppo questi rimedi non esistono.

La melodia della musica fa spesso da sottofondo a questa storia. La sua passione per la musica emerge anche in questo romanzo?

Si, ho voluto alleggerire alcune considerazioni molto amare utilizzando la colonna sonora della mia vita che è la musica. Sono un appassionato di musica rock ed ho, quindi, voluto inserire alcune canzoni, a me particolarmente care, dei Genesis, di Billy Joel e degli Eagles.

Non è un caso che il giudice De Santis viene trasferito al Tribunale di Catanzaro?

No, è una sorta di omaggio alla mia città. Tra l’altro nelle prime pagine si legge che il padre del giudice dice al figlio: “Vedrai, a Catanzaro ti troverai bene, è un posto tranquillo e poi è una sede prestigiosa, hanno fatto anche il processo di Piazza Fontana”. Credo che ciò corrisponda alla realtà, la stragrande maggioranza dei giudici che hanno prestato servizio a Catanzaro per alcuni anni sono sicuro che si sono trovati bene.

Infine una domanda che riguarda la sua professione. Il giudice De Santis nel romanzo si chiede se il sistema giudiziario sia giusto o se risponde alle aspettative di chi ha l’abitudine di vivere sempre al confine con la legalità. Qual è la sua idea in merito?

Secondo me non è un sistema giusto. Fin quando non ci sarà una totale protezione dei ceti più deboli, assicurando loro il pagamento dei migliori avvocati con la formula del gratuito patrocinio, si avrà sempre questa sorta di sperequazione tra chi può permettersi un grandissimo avvocato e chi, invece, può permettersi un avvocato di medio livello. Ciò avviene in particolar modo nei reati contro la pubblica amministrazione dove abbiamo una stragrande maggioranza di assoluzioni, vuoi perché è molto difficile provare la colpevolezza di sindaci, assessori, ecc. e vuoi perché spesso e volentieri questi signori, avendo più possibilità di natura economica, possono permettersi i migliori avvocati.

Saverio Fontana

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Saverio Fontana Saverio Fontana, nato a Catanzaro, diplomato in informatica presso l'Istituto Tecnico Industriale, collabora con la testata giornalistica on line lesuberante.it. Ama intervistare direttamente i protagonisti degli eventi e deve questo amore ad Oriana Fallaci di cui ha letto molte delle sue interviste dallo stile unico e inconfondibile.

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