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Ti ho vista che ridevi, intervista al professore Nicola Fiorita

Ti ho vista che ridevi, intervista al professore Nicola Fiorita

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Il romanzo corale del collettivo Lou Palanca, “Ti ho vista che ridevi”, è un invito a non arrenderci mai, anche perché, come spiega Carlo Petrini nella Prefazione, quando ci sentiamo persi arriva sempre qualcuno a salvarci, qualcuno che probabilmente nemmeno conosciamo e non stiamo cercando. Lo fa narrandoci la storia della riacese Dora, una delle “calabrotte” che negli anni sessanta furono costrette ad una emigrazione individuale femminile dal Sud verso le Langhe, un territorio che le contadine stavano abbandonando inseguendo il sogno della vita in città. Donne calabresi e uomini delle Langhe, che si sposano grazie alla mediazione dei “bacialè”, ruffiani di professione, e si salvano a vicenda rendendo possibile il miracolo della trasformazione in oro di tartufi e vitigni. Ma lo fa anche attraverso il finale nella Riace di oggi, modello di integrazione, che, destinata allo spopolamento, si è salvata grazie all’ospitalità offerta ai migranti sbarcati sulle coste joniche. Ciò che conta è essere abili nel riconoscere chi e come ci salverà ed accoglierlo anziché respingerlo. Un libro che racconta un pezzo di storia importante in modo piacevole e, a tratti, commovente, attraverso le emozioni dei personaggi. Artiecultura.it ha incontrato il professore Nicola Fiorita, uno degli scrittori del Collettivo.

Professore, che cosa è un “collettivo di scrittura a geometria variabile”?

I Lou Palanca sono un collettivo di scrittura perché nascono come gruppo di persone. E’ nato in maniera casuale però ci siamo subito resi conto che scrivere insieme è anche un atto di generosità e di umiltà, perché per farlo si deve credere che insieme si migliora, che ci si contamina, che non ci si innamora di quello che si fa e lo si mette sempre in discussione affidandolo al giudizio degli altri. Per noi ha significato mettere insieme dei punti di forza per superare le debolezze, in quanto nessuno di noi aveva una esperienza compiuta di scrittore. Noi teniamo molto al collettivo perché lavorare insieme in un tempo ed in una terra che subiscono la pressione dell’individualismo e della litigiosità ci sembra un valore aggiunto per noi e per chi incrocia la nostra strada. A geometria variabile perché questo collettivo è nato con l’idea di aprirsi, di contaminarsi, si è continuamente modificato nella sua composizione, quando abbiamo cominciato a scrivere il primo libro eravamo in tanti, quando l’abbiamo finito l’abbiamo firmato in cinque. Non siamo stati gli stessi cinque a scrivere il secondo e ci auguriamo in futuro di poter portare avanti questa contaminazione che poi noi portiamo in ogni spazio, questa estate, ad esempio, abbiamo fatto delle presentazioni con Antonio Pascuzzo, con Eman, con Domenico Dara, con Daniel Cundari o con l’Associazione Venti d’Autore. Insomma l’idea è quella di mettersi sempre in gioco, di incontrare altre persone, perché questo è uno stimolo, una crescita, un modo di imparare e anche di divertirsi.

Dopo “Blocco 52” ancora un altro lavoro certosino per rendere l’onore della Memoria a pezzi di Storia completamente rimossi, ma i calabresi  hanno voglia di ricordare?

Sicuramente non hanno l’abitudine, questo, però,  credo non sia un problema soltanto dei calabresi, ma di tutto il paese in generale. L’Italia coltiva poco la memoria, la onora poco, rimuove molto velocemente. Se tu mi avessi fatto questa domanda tre o quattro anni fa ti avrei risposto no, oggi invece ti dico forse si, perché quando noi andiamo in giro a raccontare queste storie vediamo tanto entusiasmo, tanta curiosità, tanta voglia di approfondire. Probabilmente hanno bisogno di strumenti e di occasioni e forse così si spiega il successo di questo nostro libro.

“Ti ho vista che ridevi” ha il merito di dare luce ad una storia di emigrazione poco conosciuta ma molto importante. Quanto hanno influito le “Calabrotte” nel successo delle Langhe?

Non è facile quantificarlo, il fenomeno delle “calabrotte” è stato molto consistente, un migliaio di persone in un territorio abbastanza limitato, ed ha consentito la sopravvivenza di quella terra, il successo, però, è dipeso anche da altri fattori. Quella sopravvivenza si è trasformata in un successo perché li c’è stata la capacità di innovare la tradizione, grazie anche a grandi uomini con grandi idee come, ad esempio, la Ferrero che ha cambiato Alba, Slow Food che ha cambiato le Langhe o i grandi produttori di Barolo. Certo se quel territorio fosse stato abbandonato quelle idee non avrebbero potuto avere successo. Gli uomini delle langhe questo lo sanno e ne sono riconoscenti a tal punto che Carlo Petrini, langarolo fondatore di Slow Food, ne ha addirittura parlato con il Presidente della Repubblica Mattarella in occasione della sua visita al Salone del Gusto di Torino lo scorso Settembre.

Nelle campagne delle Langhe mancavano le donne, nei paesi interni calabresi mancavano gli uomini. I “bacialè” sono stati speculatori di sentimenti e di bisogni o uomini “pratici e rispettosi dell’umanità degli umili che hanno favorito un’emigrazione salvifica”?

Anche in questo caso la risposta che do adesso è diversa da quella che avrei dato quando abbiamo iniziato a studiare questa storia. La nostra prima idea sui bacialè è stata negativa, li abbiamo visti come sfruttatori e speculatori che avevano a cuore solo le transazioni economiche. A  mano a mano che andavamo avanti con lo studio, però, ne veniva fuori una figura più complessa, la figura di uomini che spesso avevano una grande carica di umanità che consentiva loro di empatizzare con le altre persone rendendo questo passaggio così drammatico, a causa dell’abbandono della propria vita precedente e l’arrivo in una terra sconosciuta, il più naturale possibile e riuscendo a far si che la gente si fidasse di loro.

Oggi le nuove “calabrotte” sono ragazze straniere, ad esempio romene. Ci troviamo di fronte a giovani opportuniste o, piuttosto, di nuovo davanti a scelte di avanguardia necessarie per salvare ancora una volta le campagne italiane?

Oggi l’immigrazione ha raggiunto delle cifre e delle dimensioni senza precedenti, è difficile, quindi, fare qualunque paragone. Io penso, però, che romene, siriane, libanesi ecc. quando vengono qua si portano dietro quella voglia di vivere e di reinventarsi una vita che animava le “calabrotte”, con quella stessa energia e con lo stesso straordinario desiderio di non fallire. Ovviamente tutti questi fenomeni sono fatti da persone, c’è quella migliore, quella peggiore, non possiamo generalizzare.

Il romanzo termina nella Riace di oggi, modello di integrazione, che ci insegna che facendo una seria politica dell’accoglienza si può far rinascere dal punto di vista sociale, umano ed economico i paesi interni a rischio abbandono. Il paese salva i migranti che salvano il paese. C’è sempre qualcuno pronto a salvarci, ma cosa succede se verso di lui, o di lei, siamo diffidenti o addirittura timorosi?

Io penso che l’incontro con gli altri sia sempre un possibile arricchimento se uno lo sa utilizzare, questo vale per una persona e vale per una società. Come dicevo prima quello che sta accadendo oggi non è facile, però questo è il mondo che cambia, o ci sforziamo di trasformarlo in un’occasione positiva o  ne rimaniamo schiacciati. Come può diventare un’occasione positiva? Riace è un ottimo esempio, ma Riace da sola non ce la può fare. Le Langhe ci insegnano che il successo di quella terra non è semplicemente dovuto ad un contadino che ha sposato una “Calabrotta”, ma al fatto che poi tutta una società ha creduto nell’innovazione, ha fatto rete, è stata  sostenuta dalla politica che ci ha messo i soldi. Se non c’è dietro un modello sociale che accompagna quello sforzo non ce la si può fare, anche perché senza i soldi non si fa nulla.

A proposito di salvataggi, pensa che questo fermento artistico e culturale che si sta elevando in tutta la Calabria abbia una forza tale da favorire una rinascita culturale delle nostre città e della nostra regione?

Questo è un bel momento, sono comparse tante voci nuove, è nato un modo nuovo di raccontare la Calabria, sono venute fuori storie che erano sconosciute e tutto ciò consente di restituire al mondo la complessità di questa terra, di non farla schiacciare sulla cronaca, di non farla raccontare soltanto ai giornalisti. Ciò è una grande ricchezza, ma può diventare un impulso di crescita generale? Se dietro c’è un movimento che ci crede si. La storia della Puglia ce lo insegna. Il fatto che da questa regione siano venuti fuori tanti registi bravi, tanti musicisti è dovuto all’avere avuto alle spalle l’Apulia Film Commission, di avere avuto dei Festival importanti con soldi a disposizione che hanno dato ai talenti locali il tempo e la forza per emergere. Io penso che il fatto che oggi ci siano tanti autori calabresi che arrivano a livello nazionale sia di per se un valore, che poi questo possa cambiare da solo le cose no, però su questo si potrebbero innestare delle politiche culturali che gli diano questa forza.

Saverio Fontana

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Saverio Fontana Saverio Fontana, nato a Catanzaro, diplomato in informatica presso l'Istituto Tecnico Industriale, collabora con la testata giornalistica on line lesuberante.it. Ama intervistare direttamente i protagonisti degli eventi e deve questo amore ad Oriana Fallaci di cui ha letto molte delle sue interviste dallo stile unico e inconfondibile.

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